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Simone Diamantini

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Nel triathlon l’allenamento della forza in palestra è da anni uno dei temi più divisivi. Ci sono coach che lo considerano un aspetto fondamentale della preparazione – strutturato, periodizzato e con carichi progressivi – e chi lo elimina quasi del tutto, ritenendolo poco utile o addirittura dannoso, Brett Sutton su tutti.

Il loro approccio è basato esclusivamente sulla forza specifica:

  • palette, laccio o paracadute nel nuoto;
  • salite e rapporti duri in bici;
  • salite, variazioni di terreno e ritmo nella corsa.

Il punto chiave è che nessuna delle due visioni rappresenta la ricetta perfetta.

La domanda, infatti, non dovrebbe essere “forza sì o forza no”.

Nella triplice disciplina – più che in qualsiasi altro sport di endurance – la vera questione è quanto, quando e a che prezzo inserire un lavoro non specifico.

Il vero criterio? Costi, benefici e rischi

Nel triathlon la scelta metodologica non può essere ideologica, ma deve rispondere a una domanda semplice:

il beneficio atteso giustifica il costo e il rischio introdotto?

Il triatleta, rispetto a un atleta monodisciplinare, accumula un volume di lavoro enormemente superiore, distribuito su tre gesti tecnici ad alto impatto metabolico e muscolo-tendineo.

Ogni ora aggiuntiva, soprattutto se di forza aspecifica, entra in competizione diretta con:

  • il recupero;
  • la qualità del lavoro specifico;
  • l’integrità fisica.

Qui sta il nodo centrale.

Triathlon vs. sci nordico: perché il confronto è fuorviante

Ho lavorato per dieci anni con la nazionale olimpica di sci nordico e, in quel contesto, la forza in palestra è sempre stata ed è parte integrante della preparazione. Ciò è dovuto alle caratteristiche di questo sport:

  • gesti ciclici ma altamente resistivi;
  • grande richiesta di forza generale;
  • stagionalità chiara;
  • carichi tecnici più concentrati.

Il triathlon, però, è un’altra cosa:

  • più ore totali;
  • maggiore stress cumulativo;
  • meno finestre di vero “scarico”;
  • più alto rischio di interferenza.

Trasferire meccanicamente modelli da altre discipline è uno degli errori più comuni nella programmazione del triathlon.

Il ruolo reale della palestra nel triathlon

Nel triathlon, soprattutto a medio-alto livello, il lavoro di forza in palestra raramente è determinante per la performance diretta.

Molto più spesso è utile per:

  • prevenzione degli infortuni;
  • supporto strutturale;
  • compensazione.

Prevenzione, supporto strutturale e compensazione

Quando viene inserita correttamente, la palestra deve rispettare alcuni principi chiave:

  • carichi non massimali;
  • volume contenuto;
  • enfasi su controllo, stabilità, catene cinetiche;
  • attenzione estrema al timing stagionale.

Il triatleta non deve diventare più “forte”, ma più solido.

 La vera forza nel triathlon è quella specifica

Il vero motore prestativo resta quello:

  • specifico;
  • integrato nel gesto;
  • costruito nel contesto metabolico reale.

Palette, resistenze in acqua, salite in bici, corsa in pendenza, variazioni di terreno e ritmo:

questa è la forza che non sottrae, ma alimenta direttamente la prestazione.

Allenatori come Sutton sono stati – e restano – radicali ma coerenti:

tutto ciò che non trasferisce va eliminato.

Cut the bullshit!

Conclusione: una questione di scelte e priorità

Nel triathlon:

  • la forza non è un dogma;
  • la palestra non è un fine;
  • la specificità vince sempre;
  • la prevenzione non va confusa con la prestazione.

La vera domanda non è forza sì o forza no, ma:

quanto, quando, per chi e a che prezzo.

È in questo equilibrio, più che nella metodologia adottata, che si riconosce un allenatore esperto.

 

Nel prossimo articolo vedremo come questo approccio cambia radicalmente per gli atleti age group, dove i vincoli di tempo e recupero ribaltano molte delle considerazioni fatte qui.

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