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Simone Diamantini

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Leggendo l’articolo di Alessandra Colonna su LinkedIn ho sentito una risonanza immediata con ciò che vedo – e vivo – ogni giorno nel mondo dello sport. Alessandra descrive come, nel lavoro e nella comunicazione, ci stiamo progressivamente svuotando della capacità di pensare davvero, sostituendola con automatismi, notifiche e risposte preconfezionate.

E nello sport?

Anche lì stiamo dimenticando. Stiamo “scollegandoci da noi stessi”.

La tecnologia ci ha semplificato… forse troppo.

Non c’è dubbio: oggi correre, nuotare o pedalare è più “smart”. I dati sono ovunque. Ogni battito, ogni metro, ogni watt viene registrato, tracciato, caricato e valutato.

Il training è diventato più preciso, più “ottimizzato”, più calcolato.

Ma in tutto questo, qualcosa si è perso: la capacità di ascoltarci, l’abilità di interpretare, il significato autentico dell’allenamento.

Spesso gli atleti – sia Pro che Age Group – preferiscono una tabella mensile preimpostata. Una guida rigida, che non lascia spazio al dubbio o alla riflessione. Basta eseguire. Nessuna scelta da fare, nessuna domanda da porsi.

Un algoritmo al posto della consapevolezza.

Allenarsi non è solo fare fatica

Allenarsi non è (solo) carico, ritmo e progressione.

È educazione alla percezione.

È relazione col proprio corpo, con le proprie emozioni, con la stagione che cambia, con la vita che ogni settimana ci impone qualcosa di diverso.

Perché non tornare a una logica più umana?

Magari meno tabellare, più settimanale. Più dinamica.

Un percorso costruito insieme, atleta e coach, che tenga conto sì dei numeri, ma anche della sensazione che ci accompagna” ogni giorno.

Allenarsi bene, in fondo, è come comunicare bene: non si tratta solo di fare o dire, ma di ascoltare, comprendere e scegliere con intenzione.

Concludo con una provocazione.

Se ti alleni con costanza, chiediti: quando è stata l’ultima volta che hai modificato un allenamento non per pigrizia, ma perché sentivi che dovevi fare qualcosa di diverso?

Forse è tempo di ricordarci che la prestazione nasce dalla presenza, non dalla programmazione cieca.

 

(English version below)

 

Training: charts, data, numbers. But what if we’ve lost the most important thing?

Reading Alessandra Colonna’s article on LinkedIn, I felt an immediate resonance with what I see—and experience—every day in the world of sport.
Alessandra describes how, in work and communication, we’re gradually losing the ability to truly think, replacing it with automatic behaviors, notifications, and prepackaged responses.

And in sport?

We’re forgetting there too.
We’re “disconnecting from ourselves.”
Technology has made things simpler… maybe too simple.
No doubt: today, running, swimming, or cycling is more “smart.” Data is everywhere. Every heartbeat, every meter, every watt is recorded, tracked, uploaded, and analyzed.
Training has become more precise, more “optimized,” more calculated.

But in all of this, something has been lost: the ability to listen to ourselves, the skill to interpret, the authentic meaning of training.

Many athletes—both Pros and Age Groupers—prefer a pre-set monthly plan. A rigid guide, with no room for doubt or reflection. Just execute. No choices to make. No questions to ask.
An algorithm in place of awareness.

Training isn’t just hard work

Training is not (just) about load, pace, or progression.
It’s an education in perception.
It’s a relationship—with your body, your emotions, the changing seasons, and the life that shifts from week to week.

Why not return to a more human approach?

Maybe something less fixed, more weekly. More dynamic.
A path built together—athlete and coach—that takes numbers into account, yes, but also includes how we feel each day.
Because training well, in the end, is like communicating well:
It’s not just about doing or saying, but about listening, understanding, and choosing with intention.

Let me leave you with a provocation.

If you train consistently, ask yourself:
When was the last time you changed a workout not out of laziness, but because you felt you needed something different?
Maybe it’s time we remembered that true performance is born from presence, not blind programming.

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