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Simone Diamantini

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Sono parecchi i triatleti che decidono di non affidarsi a un coach. Decisione alquanto discutibile, certo. Ma dobbiamo fare ordine, perché anche gli allenatori, da parte loro, dovrebbero recitare il “mea culpa”…

Il triathlon è uno sport, nella maggior parte dei casi, per persone benestanti: in Italia “avvicina” un pubblico che se non ha tutta l’attrezzatura (bicicletta, muta, ruote aereodinamiche, scarpe ecc.) dell’ultimo modello è considerata “out”. Statisticamente, il costo annuo che un atleta Age Group mette nel suo budget personale si aggira (iscrizioni e trasferte gare escluse) intorno ai 3.500€.

E L’ALLENATORE?

Slegato da questa spesa c’è la “prescrizione dell’esercizio fisico” o detta in modo molto più semplice c’è la programmazione dell’allenamento.

Su questo capitolo, i triatleti italiani seguono quattro principali linee di comportamento:

A. Self made man (35%)

B. Ricerca coach per costo più basso (il più economico) (40%)

C. Ricerca coach con skills e competenze (15%)

D. Varie.

Questa statistica, dettata dalla lunga esperienza sul campo mia e dei miei colleghi, evidenzia una situazione di “idiosincrasia” verso gli allenatori, verso chi cioè ha competenza, professionalità e livello. Questo comportamento è dettato da una serie di variabili prettamente “italiane”:

1. So allenarmi da solo e non ho bisogno di nessuno

2. Cerco un amico/coach che mi faccia fare un po’ quello che voglio e che mi dia una minima indicazione

3. Faccio quello che fa un mio amico/atleta che è “bravo”, il “copia-incolla” insomma

4. Se mi faccio male o mi infortunio, è solo sfortuna

5. Mi faccio dare alcune indicazioni semplici e poi decido io.

(ANCHE NEL TRIATHLON) CHI FA DA SÉ…

Non è necessario essere super atleti per poter usufruire di bravi allenatori. La prima regola è cercarne di competenti e capaci, perché non solo miglioreranno nel tempo le nostre performance, ma nei limiti del possibile ci allontaneremo da stupidi comportamenti che spesso conducono a infortuni o peggio recidive.

Il problema di questi comportamenti è in parte colpa del “sentire” tipico dell’italiano (ci sono dentro anch’io): cerchiamo di cavarcela da soli in tutte le cose che facciamo combinando ovviamente danni. Poi, corriamo ai ripari cercando (quasi) sempre un capro espiatorio, che guarda caso non siamo mai noi.

ANCHE NOI COACH NON SIAMO ESENTI DA COLPA

L’altra parte di “colpa” è della nostra categoria di coach, e questo vale per tutte le discipline (running, bike, triathlon ecc.) nelle quali manca la figura del maestro (presente in sport come sci, tennis, golf ecc.) tutelata da un albo e da una formazione laboriosa e virtuosa.

Noi coach non abbiamo saputo e ancora non sappiamo essere una associazione che fa valere il proprio valore differenziando i vari livelli di competenza, esperienza e/o capacità.

Così, purtroppo gli unici metri di giudizio diventano il costo – si gioca al ribasso – e/o programmi affascinanti. Ho visto, per fare solo qualche esempio, piani di allenamento di corsa con esercizi di ipossia o con respirazione solo dal naso o ancora allenamenti doppi giornalieri di ciclismo per Age Group o test di valutazione funzionale su atleti giovani di endurance verificando la tolleranza al lattato. Insomma, tanto “cinema” e poca sostanza.

E VISSERO FELICI E VINCENTI

Perché tutto ciò abbia un lieto fine sia per gli atleti sia per gli allenatori è necessario un cambio di rotta che porti a capire realmente come investire meglio il proprio denaro per i primi e come continuare a professionalizzarsi per i secondi.

Spero inoltre che con l’affermarsi del triathlon come disciplina importante nel panorama mondiale la categoria dei coach si stabilizzi e acquisisca coscienza del suo valore, ma anche del suo potere e rischio che può avere sulla salute dei suoi clienti-atleti. Nella consapevolezza che non è la complessità degli allenamenti che fa la salute e la performance, bensì, come diceva il grande Leonardo da Vinci, “la semplicità e la suprema sofisticazione”.

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  1. Alessandr 13 Ottobre 2020 at 15:49 - Reply

    Interessante lettura quella dei coach. Anche io, che NON sono un’atleta ma una sportiva age group con velleità gare di lunga distanza ho rinunciato al coach. Ne ho cambiati diversi, chi fa il copia incolla di tabelle di altri, chi personalizza allenamenti mirati per top age group variandone il ritmo ma non il carico e l’ultimo, un inglese della scuola di Sutton, ripetitivo e troppo caro per le mie possibilità.
    Un bravo coach dovrebbe tenere conto di tante variabili per seguire un Age group soprattutto se “diversamente” giovane, in primis la differenza di genere, il tempo a disposizione, l’attitudine, le capacità ma soprattutto dare attenzione anche ai meno forti che comunque pagano ?.

    Detto questo grazie per porre dei bei punti interrogativi che vanno bene a 360 gradi.

    Alessandra

    • simone 13 Ottobre 2020 at 19:03 - Reply

      Grazie Alessandra nel tuo commento, hai ragionissima. >Trovare una persona che empaticamente e tecnicamente riesca a fornirti un servizio adeguato è quantomai difficile. Devo aggiungere però che spesso, molti atleti age group hanno la tendenza a voler cambiare troppi allenatori pensando che il problema e lo sguardo è verso l’esterno. Mentre il vero cambiamento, nella salute e anche nella performance avviene attraverso un processo di crescita “interiore” che spesso, se accompagnato ad un allenamento mirato e non eccessivo, conduce a vette impensabili.
      Il coach e non l’allenatore ti aiuta in entrambi i campi perché non puoi allenare solo il corpo senza rendere consapevole la mente.
      L’allenamento non è e non deve essere uno strumento per placare i propri demoni bensì un mezzo per farseli amici 😉

    • Luca 14 Ottobre 2020 at 0:14 - Reply

      Vero, ma non di meno le tue richieste portano ad un costo elevato. Per tenerlo basso si fanno (anche bene, a volte) le tabelle inviate via whatsapp, ma così si torna al principio..

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