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Simone Diamantini

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Sempre più spesso chi si avvicina al triathlon snobba i chilometraggi più corti per approdare direttamente alla mitica combinazione: 3.8-180-42.2. Giusto o sbagliato? Per certi versi fattibile, se si seguono regole precise.

Il triathlon è lo sport del nuovo millennio. Lo è perché può essere declinato in diversi modi. Come l’ultima frontiera del fitness, per esempio, per chi vuole riprendere a muoversi senza annoiarsi; o ancora come una sfida, perché terminare una gara più o meno lunga necessita di una adeguata preparazione. L’unica verità, però, è che è “very cool”.

La triplice disciplina negli ultimi anni ha frantumato tutti record di partecipazione in tutte le competizioni rispetto alla stagione precedente, evidenziando come questo sport sia un movimento in costante crescita in ogni fascia di età e su ogni tipo di distanza, dallo sprint al “full”.

La fascia “over 40” è quella che ha segnato e che segna il maggior incremento. Questo a prova anche del fatto che per allenarsi in nuoto, ciclismo e corsa è necessario avere una buona disponibilità di tempo e denaro.

Fare triathlon, dopo la “mezza età”, dandosi un obiettivo agonistico vuole dire pianificare tutto il necessario allo scopo di produrre un miglioramento prestativo, cercando di ridurre al minimo i problemi di sovraccarico. È proprio in questa fase che chi ha fatto sport in gioventù, ma anche chi non ha fatto proprio nulla, si riscopre o si scopre Ironman. Questo popolo di sportivi, vuoi per maggiore disponibilità economica o per maggior tempo a disposizione dovuto a una stabilità lavorativa, vuoi perché in gioventù, per motivi scolastici o anche solo perché non ha avuto la necessaria determinazione, non ha rincorso i propri sogni agonistici, ora si trova ad allenarsi duramente e spesso sconsideratamente per centrare il “goal”, che sia portare a termine un triathlon sprint o un Ironman.

NON CI SONO PIÙ LE MEZZE DISTANZE

Ultimamente sembra essere nata una nuova moda: passare dal divano all’Ironman. Questo passaggio avviene repentinamente, proprio perché tagliare il traguardo di un Ironman diventa uno status: non è importante il tempo, l’unica cosa che conta è essere proclamati “finisher”.

Se ci pensiamo bene, in definitiva, è proprio quello che “l’azienda Ironman” vende. Una sorta di immortalità sportiva.

Dal punto di vista salutistico tutto ciò non è una operazione priva di rischi per il proprio corpo. Spesso, tra l’altro, a fare questa scelta non sono le persone che praticano già un’attività sportiva, ad esempio ciclisti o runner in attività, e che per questo conoscono il valore della progressività, ma sono gli ex sportivi, quelli che potevano essere definiti atleti 20 anni fa, o addirittura i sedentari. Frequentemente è proprio l’obiettivo sfidante e difficile che stimola queste persone a mettersi in “gioco” e a diventare o tornare sportivi.

DA 0 a 226

… dove 226 è la somma dei chilometri di un Ironman: 3.8K di nuoto, 180K di ciclismo e 42.2K di corsa.

Iniziare da zero è difficile. Lo è se si vuole preparare una maratona, figuriamoci se la maratona diventa il dessert che ti presentano dopo, come minimo, 5-6 ore di gara.

Proprio il non aver idea di quello che ti aspetta diventa alle volte, e almeno inizialmente, un’arma positiva: senza preparazione fisica né psicologica spesso funziona, almeno la prima volta, come spinta, insomma “l’ignoranza” aiuta. Senza aspettative di performance.

È necessario però, se si vuole uscire “vincitori” e soprattutto sani da questa sfida, adottare una serie di linee guida che sicuramente aiuteranno in questa “pazzia” atletica.

LE LINEE GUIDA PER “VINCERE”

Probabilmente, per il passaparola tra amici o per una scommessa fatta con uno di loro, si è pagata l’iscrizione di una gara Ironman e quindi la sfida con se stessi è lanciata.

Cosa fare a questo punto?

1. Se ti separano almeno 7-8 mesi dal D-Day, hai il tempo necessario per allenarti, anche se parti dallo “status” sedentario.

2. Bisogna, come prima cosa, eseguire un buon lavoro di core stability, per rinforzare tutta la cinta addominale e lombare, ed esercizi funzionali a carico naturale, per rinforzare gambe e braccia stabilizzando le articolazioni più importanti.

3. A fianco di questo lavoro diventa necessario inserire una volta a settimana un trattamento fisioterapico (massaggio). Spesso si tende ad andare dal fisioterapista quando già si prova dolore e non come forma di prevenzione. Andiamoci prima!

4. Nel primo periodo, se cade durante l’inverno, la bicicletta può essere eseguita indoor oppure può essere sostituita con la mtb (andando più piano si prende meno freddo), in modo da adattare i muscoli al gesto tecnico, mentre di corsa e nuoto basteranno 2 allenamenti a settimana per disciplina.

5. La settimana si concretizzerà così con 5 allenamenti, di cui 2 run, 2 swim e 1 bike, a cui si aggiungono 45’ gym 1 o 2 volta a settimana.

6. Le ore settimanali di allenamento, inizialmente, non possono essere più di 6-8 (60’ swim, 45’ run e 90’ bike) per abituare il corpo a muoversi senza problemi apparenti.

7. Concluso il primo periodo di circa 6-8 settimane, si potrà passare alla fase 2 del progetto, cioè quella che porterà soprattutto nella corsa e nel ciclismo ad incrementare repentinamente i chilometri.

IL CONSIGLIO FINALE

Se però volete ascoltare un coach esperto… Desistete dal programmare, come prima gara, un Ironman. Fate le cose per gradi e il vostro corpo vi ringrazierà. Forse il vostro ego inizialmente sarà meno tronfio, ma poi sicuramente, dopo un periodo di allenamento migliorativo e stabile, sarete pronti alla grande sfida con maggiori competenze e capacità.

Good luck!

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