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Simone Diamantini

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Parlando di soglia anaerobica e di come la nostra cultura atletico-sportiva ci possa portare, senza confronto, a ignorare altre (interessanti) idee.

“Il successo non è definitivo, e l’insuccesso non è fatale; l’unica cosa che conta davvero è il coraggio di continuare”
– Winston Churchill

Erano gli anni ’90 e a un Convegno di aggiornamento di allenatori a Pettenasco (organizzato dalla storica società del Triathlon Novara del mitico “Dott Migliorini”) ascoltai il papà e allenatore di Miles Stewart, allora giovanissimo atleta australiano ma già campione del mondo di triathlon, che illustrava, fra le tante cose particolari, una metodica di allenamento denominata “transition work”.

Transition Work… Letteralmente “allenamenti di transizione” (nuoto-bici o bici-corsa o addirittura minitriathlon) con una particolarità, quella di eseguirli ad alta intensità e per più momenti e ripetizioni, senza tenere minimamente in considerazione la velocità media di esercizio o la frequenza cardiaca.

Questo per me fu uno stimolo importante, in un momento in cui l’allenamento nel triathlon italiano era all’inizio e spesso era nuoto, ciclismo e corsa molto estensivo, poca qualità e tutto aerobico, fondo medio e al massimo allenamenti per sviluppare la mitica “soglia anaerobica”.

In seguito, in occasione dei numerosi viaggi “sportivi” intorno al mondo che triathlon e sci nordico mi hanno permesso di intraprendere, ho avuto la fortuna di vedere e conoscere gli atleti, gli allenatori e soprattutto gli allenamenti più strani e disparati.

Parlare con i tecnici, provenienti da tutto il mondo, è una esperienza molto istruttiva, oltre che un grande bagno di umiltà: ognuno ha spesso un’idea e un punto di vista diverso e questo lo si riesce a comprendere solo se si cerca di ascoltare senza pre-concetti.

Tralasciando il confronto nel panorama tecnico italiano, mi sono soffermato sulla riflessione che la maggior parte dei tecnici, soprattutto di origine anglosassone, fa della soglia anaerobica. Nella loro metodica di allenamento, sebbene nelle ricerche applicate allo sport sia citata (aerobic and anaerobic treshold), in realtà non compare quasi mai come parametro per i training.

In buona sostanza siamo noi tecnici di origine latina (italiani e spagnoli) a utilizzare sempre, come riferimento, il termine di soglia anaerobica per l’allenamento di endurance; siamo i figli del mitico Professor Conconi, illustre fisiologo degli anni ’80 che con i suoi studi rivoluzionò l’approccio sportivo italiano.

Questo atteggiamento ha creato negli anni 80-90 risultati importanti e fantastici atleti per il mezzofondo e fondo (sci nordico atletica leggera, ciclismo, nuoto) italiano. Ma anche creato una scuola di allenatori impostata solamente su alcuni parametri: la frequenza cardiaca e/o l’intensità alla soglia.

Ciò ha spostato la gran parte dell’attenzione e della ricerca applicata allo sport, almeno quella italiana, sul miglioramento della “cilindrata” dell’atleta, quindi su allenamenti che tendessero a occuparsi sia dell’aspetto centrale (cuore-polmoni) sia periferico solo dal punto di vista  cardiocircolatorio.

Diciamo quindi che la nostra cultura della “soglia” ci ha portato a guardare lo sport, le ricerche applicate e le successive considerazioni tecniche, fisiologiche sempre con il focus rivolto più al “motore” e all’incremento di questa componente che all’aspetto muscolare e neuromuscolare.

Questo ha spostato l’attenzione di molti allenatori e atleti a cercare sempre il tempo, il volume quantitativo associato a quello qualitativo, conducendo a patologie da overtraining o a cocenti controprestazioni.

Non dobbiamo dimenticare che la nostra disciplina sportiva – il triathlon – ha una peculiarità che altri sport non possiedono, il cross training (allenamento incrociato); la capacità cioè di lavorare sulla cilindrata anche quando si nuota o si pedala e questo, quando si programma il volume di allenamento delle tre discipline, va assolutamente tenuto in considerazione.

Spesso un triatleta però dispone di 3 allenatori, uno per disciplina, e questo dona una visione errata del carico di allenamento. Porta, in buona sostanza, ogni tecnico ad analizzare i training, il carico e il rendimento in modo parziale, quasi come se fossero destinati a tre atleti diversi. E ciò avviene sin dal settore giovanile.

Oltre a essere un evidente errore induce gli atleti a concentrarsi sempre sulla singola disciplina e a non a guardare al generale.

L’ALLENAMENTO ANGLOSASSONE

Ho notato come nei paesi anglosassoni, e in particolar modo in Australia, questo approccio sia differente. Nella metodica di allenamento generale alcuni capisaldi europei, come la soglia appunto, il fondo medio ecc., sono totalmente assenti. Addirittura alcuni tecnici e ricercatori la ritengono una metodica, costi-benefici, poco produttiva; molto impegnativa e a volte troppo costosa dal punto di vista cardiocircolatorio ed energetico e poco utile, se non peggiorativa, dal punto di vista neuromuscolare.

Il loro concetto è un po’ più generale, abbraccia situazioni e teorie che lavorano su più aspetti: quello metabolico, legato soprattutto ad allenamenti lunghi lunghissimi, fartlek su percorsi collinari soprattutto sterrati e allenamenti molto veloci, di tolleranza e soprattutto “neuromuscolari”.

Quando ci si scontra con teorie totalmente diverse dalla nostre, credo sia necessario ascoltare e osservare per poi cercare, nei limiti del possibile, di capirne il senso e la logica.

Una domanda che spesso mi sono posto nell’analizzare i programmi di allenamento – soprattutto della corsa a piedi – dei triatleti stranieri riguarda i chilometraggi, in alcuni casi molto elevati. Mi sono chiesto come fosse possibile riuscire ad associare quantità e qualità nel medesimo microciclo insieme a training di ciclismo e nuoto.

La risposta è arrivata presto: sedute di allenamento molto lunghe, anche fino alle 2 ore, senza un eccessivo controllo della velocità, su terreni sterrati; sedute lunghe di natura muscolare, salite e discese; doppie sedute di corsa con allenamenti mattutini a stomaco vuoto (allenamenti metabolici, stimolo metabolismo dei grassi) e soprattutto allenamenti ad altissima velocità con sedute di training come 20 volte i 200 a velocità sub-massimali (a oltre 2’30” al km).

La domanda per un neofita potrebbe essere: ma sono matti?

Se accettiamo di leggere tra le righe, ci accorgiamo di “cose” che hanno un grande senso: le sedute lunghe che stimolano e lavorano sull’aspetto metabolico e del costo energetico, controllando solo la frequenza di passo, economizzando il gesto tecnico, e per contro sedute molto veloci, addirittura sul tapis roulant a elevata velocità solo per pochi secondi, che cercano di mettere in crisi la nostra “centralina” neuromuscolare  economizzando il gesto a ritmi più lenti.

Per correre forte serve avere benzina ma anche soprattutto correre forte, “to run strong, strong must run” (per correre forte bisogna correre forte, così diceva un allenatore australiano). Questo prova come spesso noi latini, allenatori di triathlon, consideriamo poco l’aspetto della elevata velocità e lo affrontiamo talmente raramente che quando succede i nostri atleti ne hanno solo sensazioni negative.

Anche nel nuoto, almeno per il triathlon, eseguono allenamenti molto particolari. Per fare un esempio, almeno a livello giovanile, dopo un buon riscaldamento fuori dall’acqua, come prima cosa coprono un tratto di 100 o 200m massimale con tuffo e poi iniziano il training classico.

Per quello che riguarda i chilometraggi non sono molto dissimili dai nostri, ma spesso usano il laccio, senza pull e con palette, nella consapevolezza che il nuoto in acque libere è un nuoto di forza, ma soprattutto è eseguito ad alta frequenza di bracciata e la mancanza di uso delle gambe necessariamente obbliga il nuotatore a incrementare il numero delle stesse; il tutto “condito” da sedute di elevatissima velocità.

Anche per quello che riguarda il ciclismo adottano metodiche simili a quelle viste per la corsa: allenamenti lunghi ed estensivi con allenamenti di grande qualità affiancati da gare di ciclismo a circuito, grandi rilanci, frenate e ripartenze.

IN CONCLUSIONE

Ritengo che spesso la nostra esperienza tecnica deriva sia da ciò che abbiamo vissuto come atleti e allenatori sia dalla capacità che abbiamo di dialogare con i vari tecnici con cui ci confrontiamo.

E’ necessario altresì, quando troviamo idee nuove, analizzarle, studiarle e verificarle poco per volta per riuscire a “inquinare”, in senso positivo, la nostra routine giornaliera di allenamento, forse un po’ stanca e stantia, e figlia del grande professor Conconi.

PER APPROFONDIRE L’ARGOMENTO

Moran, P, Prichard, JG, Ansley, L, and Howatson, G (Feb 2012). “The influence of blood lactate sample site on exercise prescription”. J Strength Cond Res26 (2): 563–567.

“Comparison of Reduced Volume-High Intensity Interval Training Compared to High Volume Training on Endurance Performance in Triathletes”
Milos Mallol, David Bentley, Lynda Heather Norton, Kevin Norton

Mann T, Lamberts RP, Lambert MI (Jul 2013). “Methods of prescribing relative exercise intensity: physiological and practical considerations”.Sports Med43 (7): 613–625. 

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